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In volo con Internazionale

Aeroporto di Pisa, ore 19. In attesa che il volo per Brindisi decolli, sfuggo all’ansia da regalo duty-free nelle pagine di Internazionale. Vivo da circa due mesi e mezzo a Parigi e sono riuscita a rintracciare almeno due librerie italiane in città che riescono a far arrivare in suolo francese la mia rivista preferita. Tuttavia, un certo imperativo morale mi impone di non acquistarlo e di infilare nello zaino solo magazine francesi. Come fosse un modo per entrare ancora di più in sintonia con la città, per assorbire il linguaggio frizzante delle firme nazionali e imparare a decriptarne l’ironia. Così sul comodino, in questo periodo si sono accumulati i Courrier International, versione gallica del suddetto Internazionale, il trimestrale XXI e Causette, il magazine femminile, eletto miglior prodotto della stampa francese nel 2012.

Di conseguenza, questa è la prima volta, dopo quasi tre mesi, che mi ritrovo a sfogliare Internazionale, l’unica scrittura in grado di non farmi chiudere gli occhi in aereo.

Un divano, un giornale e il resto del mondo

Leggo Internazionale da quando le sue fonti erano The Economist, Le Monde e il New York Times. Ho passato ore a spulciare il sito della rivista e, con ogni nuovo numero, ho fatto il giro del mondo restando rannicchiata nel mio divano nel centro storico di Lecce. Mi sono imbattuta per la prima volta nei media stranieri srotolando il menu a tendina sulla destra della home page e saltando dal quotidiano israeliano Ha’aretz al New Yorker nel tempo di un clic. Pensando di essere la sola fortunata ad aver scovato quel tesoro di informazioni planetario.

Ho visto, negli anni, e settimana dopo settimana, le fonti del sito cambiare natura. Accanto al Time, è comparso, quasi da un giorno all’altro, Information is beautiful, la miscellanea visuale dove il giornalista David McCandless raccoglie le sue infografie immaginifiche. Sono diventate sempre più numerose le segnalazioni agli articoli della fucina di Fast Company, che conduce un’esplorazione sistematica e quotidiana delle novità in tema di design, urbanistica, media e tecnologie, o alle notizie di good.is.

Un'infografica realizzata da David McCandless e Stefanie Posavec

Un’infografica realizzata da David McCandless e Stefanie Posavec

Accanto al Guardian, si avvicendavano nella lista di articoli i primi aggregatori, da Buzzfeed a PressEurop, e l’italico Il Post. Dopo il Washington Post, hanno iniziato a fare parte del “meglio dai giornali di tutto il mondo” anche i pure player, come il francese Rue89, che si propone di fornire la cosiddetta “informazione a tre voci”: giornalisti, esperti e anche semplici cittadini.

Quando il mio giornale preferito ha cominciato a ripubblicare e tradurre anche i blog, come drunk & lamppost, sulla filosofia, ho capito che l’informazione stava facendo un passo avanti. Ho visto il giornalismo cambiare, semplicemente sfogliando le pagine del mio magazine preferito.

Screenshot da brainpickings.com

Screenshot da brainpickings.com

Lo stesso format dell’articolo, nella versione on-line, è cambiato. Non più solo riferimenti e link ad analisi e approfondimenti in lingua originale. Ma sempre più segnalazioni a video su YouTube e Vimeo o a tumblr da non perdere. Si sono moltiplicati gli articoli e le notizie tratte da quei siti che sono veri e propri cercatori di pepite d’oro nell’inesauribile miniera del web. Uno tra gli altri, Brain Pickings, “a LEGO treasure chest”, juke-box letterario e cinematografico, dispensatore di piccole perle nascoste nei meandri del web 2.0, da combinare insieme, assaporare singolarmente, in solitaria o meno. O ancora Retronaut, un passaporto fotografico per un salto indietro nel tempo, con scatti della Coney Island di qualche decennio fa o scene da casting hollywoodiani per gatti neri.

Con disinvoltura, Internazionale ha rivolto gli occhi anche a magazine considerati veri e propri tabloid, come Vice, ahimè, o Gawker, pioniere del gossip, che ormai hanno raggiunto i più blasonati Slate e Les Inrocks. Pesca di sovente stralci d’umorismo da xkcd, web-comic satirico creato da Randall Munroe, e segnala le ultime strisce del nostrano Gipi.

Una crescita e un’evoluzione, essenzialmente virtuali, che ho continuato a tenere d’occhio anche dalle fredde lande parigine. Ma Internazionale cartaceo è un’altra cosa. Se i tanti clic on-line sono una meraviglia e uno stupore continuo, la lettura del magazine, pagina dopo pagina, è quasi un ritrovo, un piacere dimenticato, da gustare lentamente. Ignorando, per quanto possibile, la vendita di gratta e vinci in corso.

Da Masdar ad Aleppo, alla volta di Brindisi

Seduta nelle ultime file dell’aereo, inauguro la lettura con un articolo apparentemente dedicato agli addetti ai lavori. “Vogliamo città che funzionino bene, ma che siano aperte alle trasformazioni, alle incertezze e alla confusione della vita reale”, così leggo nell’articolo “Intelligente ma non troppo”, del sociologo inglese Richard Sennett, apparso sul Guardian. Masdar, negli Emirati Arabi Uniti, e Songdo, nella Corea del Sud, sono i due esempi di città intelligente presi in esame, città ordinate e pianificate per soddisfare anche la più insignificante esigenza umana, orizzonti dove “per creare qualcosa di davvero nuovo, oggi come ieri, bisogna trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Città, paradossalmente, ma comprensibilmente, disertate dai grandi movimenti migratori, che preferiscono invece le vecchie metropoli disordinate e imprevedibili, città aperte e determinate dove poter avere il controllo sulla propria vita.

A poche pagine di distanza, un incipit che chiama in causa Calvino e le sue città invisibili cattura la mia attenzione. La scrittrice siriana Amal Hanano racconta la sua Aleppo, la morte di una città, i cui cittadini sopravvivono al decadimento architettonico e civile tutt’intorno, guardando “i resti diventare resti”, la Siria intera mutarsi “in una terra di minareti senza cima e bambine decapitate”. La città come memoria, come sfondo del cui destino non ci si preoccupa, “Chi mai avrebbe sospettato che noi saremmo rimasti e lei sarebbe bruciata?“, si chiede Amal. “Chi mai avrebbe fatto foto ad Aleppo?”, leggo dopo un pomeriggio passato a fare foto alla distesa del mar Tirreno, come fossi una turista.

Aleppo (c) Mr. Theklan/flickr

Aleppo (c) Mr. Theklan/flickr

Hanano fruga nei ricordi dell’architettura, nelle esistenze rimaste impigliate alle rovine di una città che non ha niente in comune con le smart city di Sennett ma è diventata irreversibilmente immaginaria. Una città… “sogni di andartene da questo posto che non cambia mai, […] sogni un luogo fuori da questo, in cui la possibilità di sfuggire al passato e diventare qualcun altro sembri più vicina. Mai ti immagineresti che un giorno sarà la tua città, e non tu, ad aver bisogno di essere salvata”.

Stiamo per atterrare. Chiudo Internazionale. Riconosco di averne sentito la mancanza.

Scrivo questo post e lo consegno alla magmatica blogosfera, lieta di aver ripreso le cronache di una “traveler in residence“, dopo quasi un anno, e consapevole di star rivelando alcune delle mie fonti più preziose. Tuttavia, in quanto giornalista operante prevalentemente sul web, almeno per ora, non posso fare altro che adeguarmi di buon grado all’imperativo categorico del momento: condividere. E ripromettermi di comprare Internazionale, anche in Francia.

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