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Olivia Snaije, freelance in bicicletta

Olivia Snaije è nata in Egitto, da madre statunitense e padre cinese, naturalizzato americano. Giornalista, editor e traduttrice, si occupa principalmente di Medio Oriente, multiculturalismo, letteratura e cucina. Dopo aver lavorato a Milano, Londra, Parigi, New York, è tornata nella capitale francese, “da dove”, dichiara, “non mi muoverò più”. 

Olivia in bicicletta

Olivia in bicicletta

Incontro Olivia un lunedì pomeriggio d’agosto, al caffè Le Select, nel cuore del 14simo arrondissement di Parigi. “Venendo qui, mi è venuta un’idea per una graphic novel“, esordisce in perfetto italiano, prima di accomodarsi in terrazza. E iniziare a raccontarmi della sua vita in Francia. “Mi definirei piuttosto una nomade globale, nonché una falsa americana”, ride, “ho ereditato uno stile di vita internazionale da un’infanzia itinerante e questo vuol dire che anche i miei amici sono nomadi come me”, conclude, “sembra quasi che ci si riconosca”. Trasferitasi a Parigi per motivi personali, Olivia oggi lavora da freelance nella capitale. “Ho scelto di circondarmi di persone con le quali posso parlare tre lingue, scivolare dal francese all’inglese all’italiano senza aver paura di essere percepita come una snob o con un’ammirazione fuori luogo quando dico che ho delle origini cinesi e americane e vivo a Parigi”.

Ho l’impressione di vivere più realtà allo stesso tempo”, continua, “sarà perché i miei amici sono sparsi per il mondo o perché cerco di restare aggiornata su quello che succede in varie città e perché ho vissuto in più continenti ma non mi sembra di vivere a Parigi”. Intrecciare legami e coltivarli nel tempo, spostarsi nell’arco di un clic da Beirut a New York, da Tangeri a Roma, transitare in una città, averne la residenza, ma restare viaggiatrice nello stile di vita e nel pensiero. “Qui a Parigi i miei amici sono quasi tutti viaggiatori, come me, affondano le radici in più parti del mondo”, continua, “ho una sola amica che è una francese puro-sangue, io la chiamo la mia amica esotica”.

Vanity Fair, o fact-cheking nello scantinato

Il giornalismo francese non assomiglia a quello inglese, secondo Olivia, dal lavoro sulle notizie alla scritture, decisamente meno asciutta e chiara. “Ho un background anglosassone che ha reso i miei articoli oggettivi, imparziali”, spiega, “sono ossessionata dal fact-checking”. Una deformazione professionale: “ricordo quando lavoravo a New York, da Vanity Fair, come fact-checker, in un ufficio buio al piano di sotto, mentre i giornalisti più conosciuti lavoravano nella redazione principale, luminosa, con uffici da star”.

Vivendo nella capitale francese, è impossibile ignorare Le Monde, ma “mi sembra di non ricavarci molto dalle lettura“, scherza Olivia. “Leggo The Guardian, Publishing Perspective (il giornale per cui collabora, ndr) e, tra le riviste on-line francesi, mi piace molto Rue89“. Pur lavorando principalmente per media tradizionali, Olivia si interessa non poco al magmatico mondo dei blog: “Ad esempio, seguo il blog Chocolate & Zucchini, di Clotilde Dusoulier, una francese installatasi negli Stati Uniti, che ha fatto di se stessa un vero e proprio marchio, e, virando su argomenti completamente differenti, seguo il blog ArabLit, sulla letteratura araba“.

L’idea del libro di cucina è nata dal mio lavoro di giornalista culturale”, racconta Olivia, “parlando con gli artisti, gli scrittori, i musicisti, di origini differenti ma tutti di base qui a Parigi ho riscontrato che si assomigliano tutti in un punto: la nostalgia per il cibo della propria madrepatria”. Sembra quasi che le menti creative di tutto il mondo una volta giunte in riva alla Senna abbiano una sola preoccupazione: ritrovare gli ingredienti, i sapori che hanno lasciato a casa. Da qui l’idea di raccontare le disavventure per trovare radici, spezie, aromi, ma soprattutto i consigli, quelli di una viaggiatrice ormai parte della città, sui mercatini, le macellerie, le panetterie.

Di hall fumose a Beirut

Coco, il pappagallo nella lobby del Commodore Hotel, di solito accoglieva gli ospiti cantando La Marsigliese. Rapito durante l'attacco di una milizia, non fu più ritrovato.

Coco, il pappagallo nella lobby del Commodore Hotel, di solito accoglieva gli ospiti cantando La Marsigliese. Rapito durante l’attacco di una milizia, non fu più ritrovato.

Quello che manca a Parigi è sicuramente un punto di ritrovo per la stampa estera”, continua Olivia, “non esiste un’associazione della stampa estera come quella di Londra o un posto come il celebre Commodore Hotel a Beirut”, mi spiega, raccontandomi di atmosfere forse perdute, club fumosi, chiacchierate infinite tra reporter, confronti sulla terrazza di un hotel dove per 16 anni i giornalisti hanno raccontato una delle guerre civili più cruente del Medio Oriente.

Il mio punto d’osservazione è la mia bicicletta”, afferma Olivia, “muoversi in sella alle due ruote mi permette di restare aggiornata sulla vita in città, se un nuovo bar apre, se una galleria chiude, se qualcosa è cambiato”, la bicicletta come radar, per respirare la brezza e le novità. “Abito nella rive gauche, ma continuo a preferire la rive droite, mi piace molto il quartiere vicino Gare du Nord, penso si stia sviluppando molto”, racconta, “mi piace visitare il 104 e andare a bere qualcosa al 61, l’unico posto di Parigi dove i giornalisti siedono allegramente insieme, in riva al canal de l’Ourcq”.

L’arte, la cultura, per me sono un modo di parlare in maniera più leggera di situazioni socio-politiche delicate”, e, in fondo, “essere giornalisti culturali significa anche avere una buona scusa per incontrare persone incredibili”, per imbattersi in progetti, luoghi, orizzonti, che senza il pretesto di un’intervista non sarebbero mai entrati in collisione con le nostre vite. Molti di questi incontri sono finiti nel suo vecchio blog, One Metropolis, un post dopo l’altro, ambientati tutti in una città differente, per esplorare i problemi della fauna metropolitana. “Sono convinta che un cittadino di Beirut e uno di New York abbiano più cose in comune di due connazionali che abitano nella campagna di una stessa nazione”.

Olivia ha di recente tradotto la graphic novel “Bye Bye Babylon di Lamia Ziadé, dal francese all’inglese e editato la pubblicazione del libro fotografico “Keep your eye on the wall“, sul simbolo del muro nel contesto palestinese. In cantiere, annuncia altri entusiasmanti progetti, nuove corse in bicicletta e, chissà, forse una graphic novel scritta da lei.

Fonti citate

The Guardian

Publishing Perspectives

Rue89

Chocolate & Zucchini

arablit

Spot preferiti

Le 104

Le 61 bar

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XXI – Vingt et un, la nuova dimensione del reportage

XXI, una nuova esperienza di narrative writing in Francia. A metà tra informazione e racconto, questo “mook”, fusione di magazine e book, restituisce spazio e dignità all’arte del reportage, puntando sul rifiuto della brevità a tutti i costi e sull’informazione indipendente, il cui unico imperativo è recarsi sul posto e prendere il proprio tempo per raccontare una storia. 

(Per chi non ne avesse mai sentito parlare, ripropongo un articolo che scrissi qualche mese fa per agoravox.it, su una delle migliori riviste di informazione in Francia.)

Sono passati due anni e mezzo da quando XXI – Vingt et un è comparso sugli scaffali delle librerie di tutta la Francia. Il 17 gennaio del 2008 quest’oggetto non ancora identificato spuntava nel panorama della stampa francese dando inizio ad una sfida che può dirsi indubbiamente vinta. E, in tempi di crisi e di disfatta, in cui dare per spacciata la stampa è quasi diventato un luogo comune, ha realizzato un vero e proprio miracolo dell’editoria.

Copertina “all’italiana”, cioè in orizzontale, colori accesi, illustrazioni ammiccanti, e titoli civetta che rimandano ai grandi reportage e ai nomi importanti del giornalismo e dell’illustrazione, francesi e non solo. Quasi duecento pagine di articoli, inchieste, graphic novel, servizi inediti. È con questi assi nella manica che XXI approda nelle librerie e nelle grandi catene di distribuzione editoriale, come Virgin, Fnac e i Relay delle stazioni e degli aeroporti di Francia, con un primo numero che, in barba a qualsiasi legge del marketing, raggiunge le 41.000 copie vendute. La curiosità iniziale, il grande punto interrogativo, sono stati solo il motore iniziale che hanno attirato i lettori francesi, da subito soddisfatti dalla diversità, dall’ampio respiro e dalla ventata di freschezza di un insolito soggetto operante dell’informazione, lontano dai titoli strillati dalle edicole e dai bombardamenti di agenzie, che frammentano la realtà in frasi semplici senza predicato.

XXI nasce dall’incontro fortuito tra Patrick de Saint-Exupery, ex giornalista e inviato a Le Figaro, e Laurent Beccaria, fervente direttore della casa editrice indipendente Les Arènes, e dal sogno audace di questi due professionisti della stampa e dell’editoria di dare vita a qualcosa di diverso e opporsi a quella deriva giornalistica che rende l’articolo simile sempre più ad una sintesi e il lettore sempre più vicino ad un consumatore. Da qui l’idea di chiamare la rivista come il secolo appena iniziato, secolo della rivoluzione dei media, della carta stampata che trova nel web prima un nemico e poi un alleato, del giornalismo che prende con sé i più diversi attributi.

“Rien céder sur la valeur du journalisme”, punta tutto sull’altissima qualità dei reportage la sfida di Beccaria e Saint-Exupéry alla logica della rapidità. L’obiettivo, raggiunto e oltrepassato, è quello di situarsi al confine tra informazione e racconto: XXI racconta storie che esigono il proprio tempo e veicola finalmente un nuovo modo di fare giornalismo indipendente che ha come solo imperativo quello di recarsi sul posto e di immergersi in una realtà differente. Anche a costo di spegnere, in un primo momento, telecamera e microfoni. XXI trova le sue radici nei grandi giornali d’oltreoceano, tra cui The New Yorker, Granta e Vanity Fair, e punta a riproporre in Francia quello che la tradizione giornalistica anglosassone ha chiamato “narrative writing”. I reportage, i documentari, le storie scelgono deliberatamente di non evocare un immaginario già condiviso, ma di scardinarlo, di de-costruirlo a favore del reale. Tra le pagine si aprono nuove finestre sul mondo, echi di quello che accade quotidianamente in quelle parti del pianeta non obbligatoriamente sulla cresta dell’onda o sulle prime pagine dei giornali.

Coraggiosa è infatti anche la scelta di non rincorrere necessariamente l’attualità, ma di lasciarsi guidare dalla curiosità per il mondo, per le esistenze che continuano sottovoce, senza far rumore, i piccoli universi che crescono ai margini delle città o semplicemente all’angolo della strada, ad un ritmo troppo lento per farsi notare e acchiappare dalla rapidità dell’informazione attuale. Reportage da leggere come un libro(non a caso se ne parla usando il neologismo “mook”, fusione di magazine e book), che finalmente abbandonano l’imperativo dell’immediatezza e sfidano le leggi della brevità e dell’istantaneità, opponendosi al principio dell’informazione disarticolata, allo zapping delle notizie, volendosi senza confini geografici, convenzioni sociali e, soprattutto, senza invadenti spazi pubblicitari.

È così che il lettore non è più un consumatore, ma un viaggiatore incuriosito. Che, volta per volta, si ritrova sulle tracce dei rom in giro per il mondo sulla scia delle immagini di Emmanuel Guibert e delle foto di Alain Keler. Oppure, sull’autostrada riservata ai camionisti, in compagnia di uno di loro, in una sognante notte iraniana disegnata da Oliver Kugler. O ancora, a cogliere le albicocche dagli alberi di mezza Europa, nel reportage illustrato di Erwan Manac’h.

I servizi non si bruciano nel tempo e nella lunghezza di 3000 battute ma invitano a fuggire la superficialità e ad approfondire, seguendo i sentieri indicati dalla rubrica finale “pour aller plus loin”, per andare più lontano, punto di partenza per ulteriori incursioni nel mondo reale attraverso una serie di link, titoli, pellicole, documentari, grafici e cronologie.

Le talent se moque des catégories. L’important, c’est de se rendre compte du réel”, così ha dichiarato Laurent Beccaria. Infischiandosene di generi e categorie, mescolando il reportage all’illustrazione e facendo del fumetto un genere a sé, ogni numero di XXI presenta dodici servizi “grand format” che assumono a loro volta la forma di strisce illustrate, piccole graphic novel, documentari illustrati o articoli fiume corredati da immagini e rubriche. Indispensabile premessa resta il lavoro sul campo, settimane di studio e inchiesta sul terreno, necessarie a mettere nero su bianco non semplici commenti a margine ma colori, odori, umanità.

E insieme alla rivista XXI, è comparso in rete anche il blog della redazione che ha cambiato casa e grafica, dando vita a larevuexxi.fr, un sito più dinamico, che meglio si presta ai contenuti interattivi che completano la rivista: il web, infatti, non si sostituisce all’impagabile confronto con la carta stampata ma lo arricchisce con video, diaporama, link ad approfondimenti o ad articoli precedenti. Sul sito della rivista, ci sono tutti i bakstage dei reportage, interviste degli autori, il resoconto di quello che è seguito ad un articolo o quello che ha scatenato un’inchiesta, i “coups de coeur” della redazione, quello che ha fatto vibrare lo spirito curioso degli autori e ne ha acceso l’ispirazione, ma soprattutto reportage inediti, finanziati da XXI, e firmati da giovani talenti.

La redazione di XXI cambia casa quindi, e non solo virtualmente. Da rue Rollin, l’équipe si trasferisce in rue Jacob, dall’altro lato della Senna, in locali molto più ampi, dove chiunque avrà la possibilità di esporre le proprie idee e presentare il suo reportage, semplicemente bussando alla porta del caporedattore. Anche senza appuntamento. E questo in Francia non capita davvero tutti i giorni.

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