//
archives

Archivio per

Malinconie ai tempi dei social network

Dal 22 dicembre, tutti i profili Facebook, e sono circa 800.000 in tutto il mondo, passeranno automaticamente dalla vecchia pagina alla nuova Timeline. Il regalo di Natale da parte della cricca di Zuckerberg, annunciato nell’ultimo F8 di Facebook, è una nuova versione della propria vita, un ego digitale, un trionfo di se stessi sul web. “Un’evoluzione del proprio profilo”, dove tracciare la propria esistenza ma anche fare i conti con un passato dimenticato.

Tra gli utenti, c’è chi l’ha già attivata, chi invece è alle prese con una meticolosa ripulita del proprio profilo, a caccia di foto imbarazzanti, status non tanto onorevoli o filmati molesti. È la nuova Timeline di Facebook, ultimo twitter trend della settimana. Perché qualsiasi idea esca fuori dal cappello di Zuckerberg riesce sempre a far parlare di sé. Nel bene e nel male.

Il diario on-line è una delle sfide virtuali più ambiziose degli ultimi tempi: racchiudere un’esistenza in un’interfaccia virtuale, costruendo in una sola pagina di un social network la propria vita. Ma non solo. Facebook non registra più soltanto il presente, ma racconta il passato. Sulla Timeline, sarà infatti possibile aggiungere gli eventi importanti di tutta una vita, come la laurea, il matrimonio, la prima partenza, il primo lavoro, ma anche quelli precedenti il debutto nei social network, come il primo giorno di scuola fino al proprio “birth event”. E, se c’è chi si vanta di aver già ricostruito la propria esistenza on-line, i migliori giornalisti hanno adottato il nuovo strumento di Facebook alle proprie esigenze professionali.

Insieme alla Timeline, Facebook annuncia anche il lancio di tutta una serie di applicazioni Open Graph. Non più il semplice e banale “I like”, ma nuovi modi di interagire e relazionarsi con i propri amici e i loro contenuti, per farci conoscere attraverso i nostri gusti, dalle canzoni più ascoltate agli articoli letti ai video presi da YouTube. Nuove applicazioni seriali che “ti permettono di esprimere chi sei attraverso ciò che fai”, dicono. È pronta per l’uso, quindi, la partnership con Netflix mentre è già in corso quella con il Washington Post, attraverso la quale ogni articolo letto verrà segnalato sul nostro ticker (la parte in alto a destra nella quale scorrono tutte le ultime notizie e attività degli amici, per intenderci). Analogamente, se un amico ascolta una canzone da Spotify, lo sapremo attraverso un’altra applicazione Open Graph la quale, se lo seguiremo nell’ascolto, diffonderà a sua volta la notizia alla nostra cerchia di amici e via cliccando e notificando.

Grafica ad alto livello. Tanto da sfuggire al nostro controllo. Facebook fa da solo una selezione dei momenti più importanti dell’anno e ce li spiattella in fondo alla pagina. Nasconde alcune informazioni e ne esalta altre. Per chi è abituato all’ordine della vecchia pagina, decisamente più gestibile, questo nuovo look è in grado di provocare ansia e confusione. Decisamente più bello, ma anche più disordinato e rapido. D’altronde, è stato concepito per assomigliare di più alla vita reale.

Da qui, i videotutorial su internet, le pagine esplicative, la guida alla nuova versione di se stessi. Facebook si prende cura dei suoi 800.000 utenti e li prende per mano alla scoperta della vita che ha messo a punto per loro, mettendo a disposizione, per i meno esperti, la pagina Introducing Timeline. E, per chi avesse già perso un pomeriggio invano a scegliere la foto più adatta da mettere in testa al proprio diario virtuale, spuntano anche i generatori di copertine.

Niente paura. Ogni azione compiuta su Facebook risulta strettamente sottoposta al nostro controllo. Da default, tutto è pubblico ma è possibile limitare la propria esposizione attraverso una precisa gestione di quello che, nella nuova versione di Fb, si chiama Registro delle Attività. Nient’altro che un elenco di tutto quello che abbiamo visto, cliccato, ascoltato, da personalizzare e da rivedere, per scegliere cosa rendere pubblico, cosa limitare ai soli amici, e cosa invece omettere del tutto.

Insomma, la querelle sulla privacy sembra non dover sussistere perché ogni utente ha il completo controllo sulla propria esposizione. E oggi, come ieri, è possibile visualizzare la vita dei propri amici. Messa così, non sembra cambiato granché. Solo che è cambiato tutto.

La nuova Timeline di Facebook è esteticamente bella e accattivante. A partire dalla copertina, una foto distesa che da un lato all’altro dello schermo sovrasta il diario, e dalla possibilità di creare le cosiddette storie combinate, cioè riepiloghi di tutte le attività relative ad uno specifico mese, per esempio tutti i luoghi che abbiamo frequentato nel mese di novembre o gli amici che abbiamo conosciuto ad aprile del 2010.

Se il vecchio Facebook era un monotono scroll di commenti e segnalazioni, il nuovo diario è un album fotografico, rilegato dall’utente, il quale sceglie quanto spazio e importanza dare ai momenti della propria vita. Non più solo un alternarsi di status e tag, ma un’apologia di se stessi, che parte da chi eravamo e arriva a mostrarci chi siamo diventati, andando a ritroso, non lungo una catena di notifiche, ma stando a guardare un rosario di immagini e momenti, istantanee e incontri. Come davanti a un film. Una grafica veloce, facilmente navigabile, asciutta e minimale, ipnotica quasi. Impossibile resistere alla tentazione di tornare giù a rispolverare i vecchi noi stessi, commuoverci, emozionarci. O semplicemente essere lieti di non essere più in determinati posti, o in circostanze non piacevoli.

L’ego digitale diventa realtà. Facebook ricostruisce la nostra esistenza anche attraverso quei secondi che avevamo dimenticato. O avremmo voluto dimenticare.

Persi nell’inarrestabile flusso di Facebook, confusi tra link, tag e like, i ricordi di tutto quello che abbiamo condiviso, poi rimpianto, poi dimenticato, erano rimasti sepolti da innumerevoli post fino ad oggi. Con la nuova timeline di Facebook, basta un click, sul menu temporale, in alto a destra, per riaprire vecchi cassetti, riguardare le foto di una volta, tornare a leggere gli status dello stesso giorno ma di un anno fa. È sufficiente un solo tasto per tornare ad ascoltare la canzone che abbiamo condiviso su facebook il giorno in cui abbiamo deciso di partire, rileggere quello che abbiamo scritto quando abbiamo cambiato lavoro. Un salto di qualche mese e si guarda in faccia il vecchio se stesso. Gli status spensierati e quelli innamorati. Quelli tristi e quelli diretti esplicitamente a destinatari inconsapevoli. Si ritrovano sulla mappa i caffè, i cinema, i teatri, le persone conosciute, le vite incrociate.

Questa è la nostalgia ai tempi di Facebook. Se un tempo, nei momenti melanconici, si riguardavano polaroid nascoste chissà dove, si riaprivano lettere infilate nei libri, al massimo ci si rifugiava nei vecchi sms o nella casella delle mail inviate, adesso con un click il passato ritorna a galla. È come nascondere un vecchio diario nello scaffale più alto della libreria e improvvisamente vederselo sul comodino. Il passato è lì, pericolosamente avvicinabile, immediatamente disponibile, dannatamente a portata di mano. Pronto a catapultarci in un’improvvisa malinconia da social network. 

Ebbene, da Palo Alto hanno deciso così. E non c’è altra scelta, escludendo un significativo e ribelle suicidio virtuale, se non quella di adeguarsi. Anzi, restano solo pochi giorni per preparare il proprio profilo ad essere spulciato e rendere presentabile la propria vita. Facebook concede qualche giorno di prova, per dare una ripulita a tutto ciò che di imbarazzante avevamo dimenticato.

È ancora troppo presto per tracciare un andamento e classificare le reazioni alla nuova iniziativa di Facebook. Ma c’è chi pensa che saranno in molti a rinunciare alla vita virtuale e a schierarsi dalla parte di quelli che il New York Times ha chiamato “Facebook resisters”.

Da poco è stata annunciata anche la disponibilità della Timeline per la versione mobile, per iPhone e Android. Mentre si aspettano ancora novità sul diario adattato ai profili delle imprese.

Il futuro non si ferma. E non sembra curarsi del passato, né di stupide nostalgie.

XXI – Vingt et un, la nuova dimensione del reportage

XXI, una nuova esperienza di narrative writing in Francia. A metà tra informazione e racconto, questo “mook”, fusione di magazine e book, restituisce spazio e dignità all’arte del reportage, puntando sul rifiuto della brevità a tutti i costi e sull’informazione indipendente, il cui unico imperativo è recarsi sul posto e prendere il proprio tempo per raccontare una storia. 

(Per chi non ne avesse mai sentito parlare, ripropongo un articolo che scrissi qualche mese fa per agoravox.it, su una delle migliori riviste di informazione in Francia.)

Sono passati due anni e mezzo da quando XXI – Vingt et un è comparso sugli scaffali delle librerie di tutta la Francia. Il 17 gennaio del 2008 quest’oggetto non ancora identificato spuntava nel panorama della stampa francese dando inizio ad una sfida che può dirsi indubbiamente vinta. E, in tempi di crisi e di disfatta, in cui dare per spacciata la stampa è quasi diventato un luogo comune, ha realizzato un vero e proprio miracolo dell’editoria.

Copertina “all’italiana”, cioè in orizzontale, colori accesi, illustrazioni ammiccanti, e titoli civetta che rimandano ai grandi reportage e ai nomi importanti del giornalismo e dell’illustrazione, francesi e non solo. Quasi duecento pagine di articoli, inchieste, graphic novel, servizi inediti. È con questi assi nella manica che XXI approda nelle librerie e nelle grandi catene di distribuzione editoriale, come Virgin, Fnac e i Relay delle stazioni e degli aeroporti di Francia, con un primo numero che, in barba a qualsiasi legge del marketing, raggiunge le 41.000 copie vendute. La curiosità iniziale, il grande punto interrogativo, sono stati solo il motore iniziale che hanno attirato i lettori francesi, da subito soddisfatti dalla diversità, dall’ampio respiro e dalla ventata di freschezza di un insolito soggetto operante dell’informazione, lontano dai titoli strillati dalle edicole e dai bombardamenti di agenzie, che frammentano la realtà in frasi semplici senza predicato.

XXI nasce dall’incontro fortuito tra Patrick de Saint-Exupery, ex giornalista e inviato a Le Figaro, e Laurent Beccaria, fervente direttore della casa editrice indipendente Les Arènes, e dal sogno audace di questi due professionisti della stampa e dell’editoria di dare vita a qualcosa di diverso e opporsi a quella deriva giornalistica che rende l’articolo simile sempre più ad una sintesi e il lettore sempre più vicino ad un consumatore. Da qui l’idea di chiamare la rivista come il secolo appena iniziato, secolo della rivoluzione dei media, della carta stampata che trova nel web prima un nemico e poi un alleato, del giornalismo che prende con sé i più diversi attributi.

“Rien céder sur la valeur du journalisme”, punta tutto sull’altissima qualità dei reportage la sfida di Beccaria e Saint-Exupéry alla logica della rapidità. L’obiettivo, raggiunto e oltrepassato, è quello di situarsi al confine tra informazione e racconto: XXI racconta storie che esigono il proprio tempo e veicola finalmente un nuovo modo di fare giornalismo indipendente che ha come solo imperativo quello di recarsi sul posto e di immergersi in una realtà differente. Anche a costo di spegnere, in un primo momento, telecamera e microfoni. XXI trova le sue radici nei grandi giornali d’oltreoceano, tra cui The New Yorker, Granta e Vanity Fair, e punta a riproporre in Francia quello che la tradizione giornalistica anglosassone ha chiamato “narrative writing”. I reportage, i documentari, le storie scelgono deliberatamente di non evocare un immaginario già condiviso, ma di scardinarlo, di de-costruirlo a favore del reale. Tra le pagine si aprono nuove finestre sul mondo, echi di quello che accade quotidianamente in quelle parti del pianeta non obbligatoriamente sulla cresta dell’onda o sulle prime pagine dei giornali.

Coraggiosa è infatti anche la scelta di non rincorrere necessariamente l’attualità, ma di lasciarsi guidare dalla curiosità per il mondo, per le esistenze che continuano sottovoce, senza far rumore, i piccoli universi che crescono ai margini delle città o semplicemente all’angolo della strada, ad un ritmo troppo lento per farsi notare e acchiappare dalla rapidità dell’informazione attuale. Reportage da leggere come un libro(non a caso se ne parla usando il neologismo “mook”, fusione di magazine e book), che finalmente abbandonano l’imperativo dell’immediatezza e sfidano le leggi della brevità e dell’istantaneità, opponendosi al principio dell’informazione disarticolata, allo zapping delle notizie, volendosi senza confini geografici, convenzioni sociali e, soprattutto, senza invadenti spazi pubblicitari.

È così che il lettore non è più un consumatore, ma un viaggiatore incuriosito. Che, volta per volta, si ritrova sulle tracce dei rom in giro per il mondo sulla scia delle immagini di Emmanuel Guibert e delle foto di Alain Keler. Oppure, sull’autostrada riservata ai camionisti, in compagnia di uno di loro, in una sognante notte iraniana disegnata da Oliver Kugler. O ancora, a cogliere le albicocche dagli alberi di mezza Europa, nel reportage illustrato di Erwan Manac’h.

I servizi non si bruciano nel tempo e nella lunghezza di 3000 battute ma invitano a fuggire la superficialità e ad approfondire, seguendo i sentieri indicati dalla rubrica finale “pour aller plus loin”, per andare più lontano, punto di partenza per ulteriori incursioni nel mondo reale attraverso una serie di link, titoli, pellicole, documentari, grafici e cronologie.

Le talent se moque des catégories. L’important, c’est de se rendre compte du réel”, così ha dichiarato Laurent Beccaria. Infischiandosene di generi e categorie, mescolando il reportage all’illustrazione e facendo del fumetto un genere a sé, ogni numero di XXI presenta dodici servizi “grand format” che assumono a loro volta la forma di strisce illustrate, piccole graphic novel, documentari illustrati o articoli fiume corredati da immagini e rubriche. Indispensabile premessa resta il lavoro sul campo, settimane di studio e inchiesta sul terreno, necessarie a mettere nero su bianco non semplici commenti a margine ma colori, odori, umanità.

E insieme alla rivista XXI, è comparso in rete anche il blog della redazione che ha cambiato casa e grafica, dando vita a larevuexxi.fr, un sito più dinamico, che meglio si presta ai contenuti interattivi che completano la rivista: il web, infatti, non si sostituisce all’impagabile confronto con la carta stampata ma lo arricchisce con video, diaporama, link ad approfondimenti o ad articoli precedenti. Sul sito della rivista, ci sono tutti i bakstage dei reportage, interviste degli autori, il resoconto di quello che è seguito ad un articolo o quello che ha scatenato un’inchiesta, i “coups de coeur” della redazione, quello che ha fatto vibrare lo spirito curioso degli autori e ne ha acceso l’ispirazione, ma soprattutto reportage inediti, finanziati da XXI, e firmati da giovani talenti.

La redazione di XXI cambia casa quindi, e non solo virtualmente. Da rue Rollin, l’équipe si trasferisce in rue Jacob, dall’altro lato della Senna, in locali molto più ampi, dove chiunque avrà la possibilità di esporre le proprie idee e presentare il suo reportage, semplicemente bussando alla porta del caporedattore. Anche senza appuntamento. E questo in Francia non capita davvero tutti i giorni.

Categorie

Aggiornamenti Twitter